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Comune di Canale d'Agordo

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Le carte di dunio

Le carte di dunio
Enzo Dematté

Le “tabulae pictae” che Dunio Piccolin offre alla nostra attenzione – oggi intestate alla Pieve di Canale, come ieri a Falcade e alla Vallada agordina – sono la legittima versione cartacea, e per vari aspetti lo sviluppo logico, dell’esperienza da lui maturata nella pittura a fresco: come dire, nel campo della creazione artistica più semplice e naturale, generosa e concreta, calata in un linguaggio figurativo che dalla fedeltà alla materia e dalla sobrietà dell’esecuzione attinge valori morali di pubblico documento.

Il discorso richiede in partenza la citazione di qualche nome: almeno due.
Sul versante tecnico-compositivo spetta precipuamente a Vico Calabrò – maestro conterraneo di una figurazione vibrata in cento voli fra documento, sogno, giuoco e ironia – spetta a lui il principale merito di aver indirizzato lo spontaneo allievo ad integrare nella propria vocazione artistica l’esercizio diretto della pittura murale. Per tale via la lezione di Vico ha proposto al sagace valligiano i punti/base di un’avventura creativa subito abbracciata con entusiasmo, e prodotta ad esiti di messaggio autonomo. Così la scuola di Calabrò, guida fraterna ed efficace alla libertà del nostro artista.

A sua volta, a denotare sul versante critico l’originalità espressiva del Dunio acquafortista, radicato nell’humus fecondo di Val Bióis, interveniva (nello scorcio dell’anno 2004 e – ahinoi! – della propria vita) il compianto amico Giorgio Negro, dedicando alla tavolozza del giovane pittore l’ultimo appunto testamentario della propria affiliazione agordina.
Concentrata in brevi righe, la sua intuizione assume forza di chiave interpretativa, additando nell’incontro fra pennello e bulino il positivo approdo di Dunio alla soluzione cromatica suggeritagli dall’esercizio dell’affrescatura: ... “È il colore che gli urge – commentava Giorgio - … la frequentazione della stamperia ha prodotto il miracolo… ed il risultato è subito avvincente”.
Caro Giorgio cavaliere generoso delle valli agordine, impegnato a scoprirne i talenti e sostenerne le iniziative! Ora la prediletta Vallada ne ospita il riposo nel grembo materno di San Simon.

L’acuta sintesi di Negro pone al nostro discorso una domanda articolata: co¬me e in quali termini specifici si manifesta la soluzione duniana, trasferita alla tavolozza cartacea dall’esperienza murale? Quali effetti la scelta dell’artista induce negli osservatori? E tramite quali colori?
A sorpresa, il primo elemento connotativo della nuova raccolta mette in evidenza, quale dato centrale, la natura pacata della luce; o meglio, attesta lo speciale canone di illuminazione sotteso regolarmente alle otto composizioni in cartella.
Invero, nell’intera serie delle “pagellae”, il tocco sapiente dell’autore fa circolare una luminosità, il cui impasto mediano toglie preminenza a fonti e sfondi di abituale rilievo (sole, cielo, ore, stagioni), solitamente deputati ad accentuare il giuoco cromatico e chiaroscurale fra esterno ed interno delle singole inquadrature. Si veda, a bastevole esempio, come il sole stesso, rimosso verso i fondali, celi il proprio trionfo sotto un velo di pallore lunare.

Con opposto intento, l’illuminazione diffusa in questa ammirevole silloge si fa percepire come sigla di un canone originale, che trova rispondenza unitaria in ogni elemento della scena; dunque, una norma di effetto corale, per cui ciascun particolare rappresentato diventa fonte e deposito comprimario della luminosità complessiva.
In sostanza, una medianità sinergica ed aggregante rimuove dalla coloritura qualunque gerarchia di primato; semmai, la concede con discrezione a componenti normalmente subordinate (come il legno o la pietra), cariche di vocativi corali e morali, anziché di invenzioni capricciose.

In pari dignità con i personaggi di scena – che vestono senza orpelli e con identici colori i sobri panni della condizione paesana – gli elementi naturali del paesaggio sottostanno al codice rappresentativo dell’identità comune. È dunque l’intero cosmo del paese, in tutte le componenti (animali compresi), quello che il pennello di Dunio traduce in documento testimoniale.
È questa fusione di tradizione e cultura, filtrata dalle risorse dell’acquatinta, a creare la temperie che convince e contagia l’osservatore.

L’antico ordine comunitario, rispettato per secoli dalla comunità alpina, ab¬bracciava insieme le istituzioni religiose e civili; distinte, le prime, secondo evidenti dignità di chiese, santuari, cappelle ed edicole (patrocinio del clero); note, le seconde, in base alle competenze esercitate dalle Règole in materie di interesse pubblico e di economia paesana. Un autogoverno locale, compatibile e comprensibile entro il proprio contesto, seppure condizionato da esterne autorità.
Di tutto ciò, che altro resta al nostro tempo, se non la sopravvivenza di precari carteggi e di frammentarie tradizioni orali? Appunto di quel prezioso ba¬gaglio di identità, l’arte di Dunio si assume nel documento cartaceo la personale restituzione figurativa; con una precisazione.

Alla luce delle antiche garanzie, la silloge duniana dedicata al Canale agordino si presta di primo acchito ad un confronto privo di sorprese. Il panorama della Pieve richiama infatti scenari e costumi del tutto simili, sparsi nei paesi della vallata.
Uguali, più che affini, si presentano la tipologia delle costruzioni, la qualità dei mestieri, le condizioni della presenza umana: tutti elementi rispettosi di una tradizione secolare.
E tuttavia, senza smentire l’impianto, quella sostanziale identità mai non trapassa nella nuova rassegna ad una meccanica ripetizione di scenari. Il cosmo valligiano è il medesimo, ma l’atmosfera che vi spira non risulta uguale, pur nell’accostamento dei particolari. Canale insomma non è Falcade né Vallada.

La peculiarità della Pieve induce il pittore a sottolineare lungo la rassegna gli elementi di distinzione, annotandoli con scrupolo. Il documento figurativo assolve così a funzioni di riguardo nel rilevare l’impronta nobilitante, e dunque la preminenza civile, dell’antico capoluogo.

Scendendo ai particolari, si osservino in scansione temporale le acquetinte di Dunio, che segnalano nell’ordine gli aspetti più significativi del primato canalino.
• Nel contesto degli edifici si distingue nella contrada del Tancón la casa delle Règole, datata al XVII secolo, come essa mi colpì alla prima visita (sessant’anni or sono) e la riportai nel libro: “… Le case, ai due lati, erano decorate di affreschi dei soliti soggetti religiosi, e quella che in fondo chiudeva la via, presentava l’intera facciata coperta di santi, madonne e croci; la casa della Règola”.
• Segue nella serie l’efficace evocazione della sagra paesana, che riecheggia i non spenti ricordi della festività di San Giovanni, patrono della Pieve e della valle. Con diligenza scrupolosa sono riportati il ballo popolare, i musicanti, i danzatori nonché i “casotti” dell’umile ristorazione. “… Le ragazze presero i fiori e schiacciandoseli curiose sulle braccia s’allontanarono verso il ballo ridendo”, (come pure annotavo nelle medesime pagine).
• Altro capitolo, altro momento sociale ricostruito sulle memorie ottocentesche: la birreria Zannini sorta nella piazza di Forno presso la parrocchiale, per iniziativa di benemeriti proprietari, che ne indirizzarono la fabbrica anche agli interessi del paese. Fu infatti nella circostanza di una grave carestia alimentare, che l’orzo necessario alla produzione della birra venne scambiato con preziose misure di patate.
• Il quadro successivo ricapitola alcune fasi della graduale introduzione di nuovi mestieri, a lungo rimasti estranei all’immobile economia della valle. Vi troviamo raffigurati: l’opera dei minatori, l’incipiente attività delle guide alpine e gli esordi di un primitivo turismo al femminile: tutti segnali precursori di mutamenti.
• Infine entra con eccezionale rilievo nello scenario del XIX secolo la memoria documentale delle opere benefiche attuate dal parroco don Antonio Della Lucia; segnatamente l’asilo rurale, la scuola di base, l’assistenza agli emigranti, la biblioteca circolante (magari con l’ausilio della carriola). Ultima nel tem¬po, ma in primo piano, vediamo rappresentata l’opera più ardita concepita dal prete galantuomo, con l’istituzione della latteria sociale cooperativa, la prima in Italia.

Cinque tavole, sulle otto complessive della raccolta, sono quindi improntate a ribadire il rango distintivo del capoluogo: come una speciale scenografia che ne legittima il privilegio nei termini di un servizio comunitario.
Per tali o simili riconoscimenti l’intuizione di Dunio non ricorre – già sappiamo – a moduli obbliganti; gli basta porre costantemente in campo le risorse del nuovo impasto cromatico, da lui sperimentato ed assunto.
La luminosità pervasiva suggeritagli dalla pittura a fresco assorbe ed espande in coerenza tutte le gradazioni dei colori poveri (marrone, giallo, ocra, arancio), distribuendone gli effetti sul quadro intero. Per contro appaiono stemperati, se non appieno sacrificati, gli elementi squillanti della tavolozza: il rosso, il bianco, l’azzurro, fino allo stesso verde generalmente impiegato a denotare ambienti montani.

A questo punto della rassegna, accolti gli indicatori principali che connotano la novità pittorica del nostro amico, il discorso finale intorno all’artista può concedersi alcune osservazioni di riscontro, comunque non estranee al tema.
Radicata com’è nella verità del documento e nel rispetto di memorie condivise, l’impresa grafico-pittorica di Dunio rimanda con naturalezza anche ad altro; in positivo, all’“altro” di una moralità culturale che espunge dall’arte, per spontanea insofferenza, gli effetti di pseudo-tradizioni, o di ambigui stereotipi, che (in buona o mala fede) tradiscono la verità dei paesi.
Ci sia consentito questo tasto, che in noi risponde al turbamento prima che allo sdegno.
Nelle cartelle come sugli affreschi del nostro artista, nulla ricorre che riveli cedimenti rituali o vezzi accademici; tanto meno, nulla che solletichi, in chi guarda, la superficiale adesione a quel folclorismo supponente o ripetitivo, che tende oggi a contrabbandare sotto leziosi scenari di montagna un’araldica locale legata a mode insincere o a gusti appiattiti.
Nessuno spazio – per insistere sul punto – l’opera di Dunio concede alle suggestioni decorative intese a trafficare tradizioni arbitrarie o scadute, pronte a corteggiare un turismo di bocca buona, che rischia di consegnare la civiltà valligiana ad interessi di vanità e speculazione.
Simili vie di sostanziale diserzione dal passato, compromettono, a scapito delle genuine eredità locali, quel riscatto civile che solo può appoggiarsi, fra i nostri monti, agli interventi congiunti della memoria e dell’arte, dei quali il giovane pittore raccoglie consapevolmente il testimone.
Per fortuna resta anche vero che tanti luoghi a noi cari – l’intera “Valle coi Santi alle Finestre”, alle cui storie il nostro amico si ispira – mettono in campo confortanti segni di reazione all’intacco.

Infine, dalle cartelle di Dunio, che suggeriscono queste note, affiora qualche altro segnale che è d’obbligo avvertire; sono appunti non trascurabili, sia perché completano il quadro della rappresentazione, sia, in primo luogo, perché consentono questa volta (a noi, inesperti del mestiere) di aggiungere alcune pennellate peculiari alle immagini create dall’artista.

Soffermiamoci quindi, un attimo ancora, su quella componente degli scenari duniani costituita dalle figure che concorrono al quadro d’ambiente, fondendosi in esso e nel contempo improntandolo di schietti valori umani.
Orbene: sono personaggi sommariamente omologabili in base all’identico ceppo dell’origine paesana, con le uniche varianti del sesso e dell’età: Eppure essi occupano le carte da taciti quanto consapevoli protagonisti; anzitutto – s’è già visto – ribadendo a riprova le note di quel cromatismo mediano, arricchito dai loro atteggiamenti, rapporti, mestieri.
Non si tratta di affollamenti generici. Il pittore tratteggia uomini, donne, vecchi e giovani, con rispetto misto di arguzia e simpatia, fermandoli nel ruolo collettivo di soggetti ispiratori dell’arte, quasi sorpresi dell’insolita attenzione loro riservata, ma che insieme ribadiscono il valore dell’appartenenza.

Beninteso, è gente del passato (prossimo o remoto), che Dunio costituisce ai nostri occhi nella legittima funzione di rappresentanza di costumi perduti, ma insieme quali portatori di un messaggio di particolare coerenza.
Eccoli dunque negli atteggiamenti abitudinari: un po’ curiosi, un po’ schivi, epperò serii e disponibili alla parte loro assegnata, per nulla riluttanti alla scena. Il tratto che li accomuna è quello della nativa dignità valligiana, che li armonizza alla scomparsa realtà dei paesi, mentre li rende tramiti verso la nostra diversità.

L’onesto artista Piccolin si sente elemento di quella umanità temprata e versatile, dal cui seno vengono anche alcune figure di precisa identità personale, accennate in riconoscimento della tipicità di vita e costumi: per cui ancora li mantiene alla ribalta l’antica saggezza (o la curiosità) del paese. Sono testimoni di prima fila, usciti dal condizionato protagonismo collettivo.

A queste forme riconoscibili di risarcimento memoriale, che l’arte dell’acquafortista risuscita con maestria, poco resta da aggiungere. Il quadro è ormai completo.
E noi – esaurita la riflessione sull’opera del giovane artista agordino – cosa possiamo offrire a nostra volta, in ricambio del suo dono di testimonianza, confluito nell’autenticità di un lessico visivo che si fa naturale messaggio?
Il pensiero che vogliamo dedicare al bravo interprete si racchiude (non si riduce!) alla più semplice forma di stima, che porta ad apprezzarne l’opera citandolo semplicemente con solo nome personale, a prescindere da titoli e casato: dire quindi Dunio come diciamo Vico e Giorgio, senza riguardi di formalità.

Del resto – con le buone carte che Dunio ha in mano, e con l’ottima mano che esercita sulle carte – è in questo dettato dell’amicizia l’augurio che egli merita ed attende, in prospettiva di nuove affermazioni.

 giugno 2005

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